Bisogna seguire non i sensi, ma il pensiero, per giungere alla verità;
e il pensiero ci attesta l’essere, che l’essere è, e il non-essere non è;
se il non-essere non è, nemmeno può essere ciò che dal non-essere è composto;
il divenire e la molteplicità sono composti di essere e di non-essere
(infatti divenire significa non-essere più quello che si era, ed essere quello che non si era;
e le molte cose sono molte appunto perchè ognuna non è le altre)
dunque il divenire e la molteplicità non sono (non sono reali)
dunque i sensi che ci attestano il divenire e la molteplicità ci ingannano.
Tuttavia una certa qual forma di realtà Parmenide la riconosce anche al mondo sensibile
(diveniente e molteplice); ma la vera realtà è l’essere, uno, eterno, ingenerato, incorruttibile, immutabile.
Il carattere non astratto del problema a cui la riflessione di Parmenide accenna:
ora siamo, tra breve (almeno apparentemente) non saremo, e il non-essere fa
problema, se siamo semplici come lo sono i bambini, il non essere fa problema, non lo fa solo a chi si creda e finga astuto, ma di una falsa, ingannevole,
satanica astuzia.

Parmenide è il primo a riconoscere con nettezza una dimensione fondamentale della realtà:
in termini scientifici il principio di identità / non contraddizione
in termini esistenziali, la permanenza di una struttura intelligibile e, potremmo dire, di una bellezza/bontà del reale: la realtà "è solida", "non affonda, non si sbriciola, nè lo potrebbe". Su tutto domina ciò che resta, e ciò è bello.
Il limite del suo pensiero è di affermare in modo unilaterale la permanenza dell’essere, il che lo porta a concepire un Eterno non distinto dal mondo (immanente), e concepito come finito.