Economia
delle banche
Patrizio di
Cursi

Ascensione Globale – 20 ottobre 2008

I
media concentrano l’attenzione sul valore di listino di un titolo o di
un indice e parlano di denaro che brucia se i prezzi dei titoli
scendono.

Il problema non è il prezzo di listino e il denaro non brucia. Ciò che
accade è che gli scambi di titoli avvengono a prezzi più bassi del
normale. Quindi il denaro non brucia ma passa di mano semplicemente,
lasciando traccia aggregata nel listino. In ogni transazione c’è un
compratore e un venditore. Uno che ci guadagna e uno che ci perde.
Insomma il denaro va nelle tasche di qualcun altro.

Nei
casi di mercato al ribasso ci si arricchisce appropriandosi di titoli in
caduta libera. Nel caso di un mercato al rialzo si vendono i titoli
acquistati a prezzi stracciati. Quindi parlare di roghi di moneta è una
cavolata. D’altronde il valore delle aziende, in particolare di quelle
che non fanno né finanza né banca, non è determinato dai corsi di
borsa, ma dai valori economico-patrimoniali che nulla hanno a che fare
con la volatilità di questi giorni. Teoricamente un’azienda ben
capitalizzata e che dà profitti può tranquillamente fregarsene di
vedere prossime allo zero le sue azioni.

Assistiamo
ciononostante ad una disinformazione generalizzata. Gli effetti della
quale sono stati: furti legalizzati di denaro risparmiato; incontri
internazionali per vedere come aumentare il controllo dell’economia;
l’intervento dello stato nella banca e nella finanza.

Su quest’ultimo punto c’è da riflettere. Non sono gli stati i
proprietari e quindi i responsabili delle banche: perché allora spetta
a loro garantire che non falliscano, immettere liquidità nelle banche
meno virtuose? Gli stati hanno donato la sovranità monetaria e la
politica monetaria proprio al sistema bancario. Non mi sembra che nei
momenti difficili di uno stato una banca si sia mai ripromessa di
garantire tutti i risparmiatori dal fallimento di uno stato.

Presupposto:
lo stato si finanzia con le tasse che paghiamo (diciamo che il 50% del
reddito nazionale va a finire in tasse). Secondo presupposto: usiamo una
moneta che è emessa dalle banche. Terzo presupposto: lo stato come
collettività e i singoli cittadini sono indebitati col sistema
bancario. Quarto presupposto: il risparmio accumulato dalle famiglie è
nelle mani delle banche che lucrano già abbastanza per la gestione del
risparmio. Quinto presupposto: lo stato ha un debito pubblico da cui non
può liberarsi e che aumenta giorno per giorno.

Nonostante tutto questo, gli Stati hanno deciso di aiutare le banche. Da
quando un debitore si permette il lusso di "prestare" soldi al
creditore? Un debitore si libererebbe prima del debito che ha
accumulato. Invece gli stati prendono soldi a debito o dalle tasse per
aiutare le banche.


Il
risultato di questi prestiti facili da parte degli Stati è
l’impoverimento delle nazioni. Meno "cash" per lo stato e per
le famiglie. Lo stato si mette a fare politica monetaria. Lo stato
dimentica l’economia reale e l’insegnamento keynesiano da un lato e
ripudia l’economia di mercato.



In Italia si dice che viviamo in un sistema misto tra economia sociale
ed economia di mercato. In questi giorni si sta decidendo di sostenere
sempre di più le banche. Niente mercato niente welfare, ma economia
delle banche.