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L’oscenità è una costruzione sociale che varia a seconda del tempo e del luogo

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Viva La Vulva! Quando i Genitali femminili sono diventati osceni?

 

Nel mese di settembre 2019, un annuncio francese per prodotti per l’igiene femminile con rappresentazioni tabù di vulvas e mestruazioni ha scatenato polemiche. Eppure, in un contesto culturale in Francia, i simboli fallici raramente causano confusione. Cosa spiega questa differenza di trattamento? 

 

Le immagini dei genitali maschili nell’arte e nella pubblicità raramente fanno scalpore – siamo abituati a loro. Statue maschili hanno sempre ostentato i loro peni (abbastanza realistici) nei parchi pubblici per secoli, e Perrier spesso centra i suoi annunci su bottiglie a forma di fallo. 

 

Al contrario, i simboli vulvali sono evidenti per la loro assenza. Non c’è da stupirsi, quindi, che la campagna “Viva la Vulva” del marchio Nana stia suscitando scalpore. Il fallo è visto come un’immagine potente, mentre la vulva è sconvolgente per molti. Ma non è sempre stato così.  

 

La divina Vulva di Ishtar: un simbolo di fertilità 

 

Nel terzo millennio a.C., i Sumeri, abitanti dell’attuale Iraq, adoravano la dea Ishtar. I testi poetici si riferiscono alla vulva bagnata della dea, fecondata dallo sperma del marito mortale, Dumuzi, il re pastore.

La dea si rivolge al suo amante come segue:

Chi ara il mio campo alto?
Chi ara il mio terreno bagnato?
Per quanto mi riguarda, la giovane donna,
chi arerà la mia vulva?
Chi staziona il bue lì?

 

Particolare dell’antica mesopotamia cosiddetta “Ishtar Vase”, terracotta con decorazione tagliata, modellata e dipinta, da Larsa, inizio II millennio a.C. (Dominio pubblico) 

 

I buoi tirando l’aratro si riferiscono al fallo del re; la vulva rappresenta il terreno da seminare. L’amante reale di Ishtar risponde: “Io, Dumuzi il Re, voglio avere la tua vulva.” Al passo di eccitazione febbrile, la dea grida: “Allora ara la mia vulva, uomo del mio cuore!” 

 

Fanno l’amore, e quando Dumuzi eiacula, i semi diventano piante e tutto intorno e comincia a crescere. La vulva gioca un ruolo positivo in questa storia; è complementare al fallo, altrettanto necessario per la fecondazione del terreno. 

 

Nell’antico Egitto, la vulva era vista come una fonte di felicità e rigenerazione. Il dio del sole Ra era la fonte di luce sulla Terra, ma a volte mostrava segni di debolezza, mettendo in pericolo tutta l’umanità. Fortunatamente, la bella dea Hathor ebbe la brillante idea di spogliarsi davanti a lui e mostrare la sua vulva. Ra rise con gioia alla vista e recuperò tutto il suo abbagliamento. Una preziosa vulva davvero… 

 

 

 Hathor, bronze statuette, 8th century BC. (Brooklyn Museum) 

 

In Grecia e a Roma: la Vulva scompare  

 

La vulva cadde in disgrazia nel mondo greco e romano antico. Gli artisti spesso raffiguravano il fallo, ma la vulva non è quasi rappresentata da nessuna parte. Gli dei e gli eroi ostentano i loro peni, ma le dee tendono ad essere derubate; anche quando sono nudi, come Afrodite, hanno triangoli pubici perfettamente lisci, senza clitoride o labbra. La vulva è stata persa a causa della censura. 

 

Al contrario, il fallo – phallos in greco o fascinus in latino – era venerato. Si credeva che avesse poteri magici, è stato esposto e adorato come un idolo in grado di proteggere la città ei suoi abitanti dai danni, e mettere in fuga ladri e intrusi.

 

Hic-habitat-Felicitas 

Hic habitat Felicitas , ‘Qui abita la felicità’, rilievo in terracotta, I secolo d.C. (Museo Archeologico, Napoli)

 

Questo è il motivo per cui gli ateniesi hanno tenuto la festa annuale della Dionisia, dove una solenne processione di cittadini chiamati phallophoroi trasportava giganteschi falli di legno intagliato. Peni eretti in legno o argilla sono stati installati anche sugli angoli delle strade e agli ingressi di negozi e case. 

 

Un cartello trovato sopra l’ingresso di una panetteria a Pompei mostra un fascinus, incorniciato da un’iscrizione che proclama “Qui abita la felicità” (Hic habitat felicitas). Gli spaventapasseri cilimi erano ritenuti apotropaici (in grado di scongiurare il male), e greci e romani indossavano ciondoli a forma di pene.

 

In tutte queste diverse forme, il fallo era sempre sinonimo di forza, felicità e prosperità.

 

La Vulva, solo per le donne 

 

Nell’arte greca, le raffigurazioni della vulva – che si ritiene aumentino la fertilità femminile – si trovano solo su oggetti destinati alle donne. 

 

Statuette di donne incinte che toccano le loro vulva sono state trovate in Egitto.

 

Altre statuette di donne vulva, che si trovano in Asia Minore, erano probabilmente indossate dalle donne incinte come amuleti protettivi. L’etnologo e psicoanalista Georges Devereux ha associato queste figurine senza testa, i cui volti sono incisi sul ventre, con il mito della sacerdotessa Baubo, che ha mostrato la sua vulva a Demetra per distrarre la dea dal suo dolore per la perdita della figlia. 

 

Come Ra nella storia egiziana di Hathor, Demetra reagì ridendo – ma Baubo mostrò la sua vulva come un gesto di solidarietà femminile, senza intenzione erotica.

 

Figurina di una donna vulva conosciuta come Baubo, terracotta, Priene, Asia Minore, IV secolo d.C. (Reddit) 

 

La denigrazione della vulva al di fuori della sfera femminile è illustrata dalla nascita della dea Atena, che stava crescendo nel cranio di Zeus. Un giorno, Zeus ebbe un tale mal di testa che pregò al dio Efesto di aprirgli il cranio con un martello e uno scalpello. Efesto obbedì, ritagliando una sorta di vulva improvvisata. 

 

La dea Atena, in armatura completa, saltò fuori da questa crepa – così il signore degli dei fu in grado di dare alla luce sua figlia, dimostrando l’inutilità della vulva. Questo mito è una fantasia di uomo-dare alla nascita – procreazione in cui la vulva non svolge alcun ruolo. 

 

Il “Sesso insaziabile” del Ninfomane

 

Ma le rappresentazioni antiche più ostili della vulva si trovano nei testi latini.

 

Gli autori romani immaginavano personaggi ninfomani; donne attanagliate da frenesia sessuale incontrollabile. Un esempio è Messalina, moglie dell’imperatore Claudio (regnante dal 41 al 54 d.C.). Dopo la sua morte, divenne l’eroina di una leggenda sinistra che la ritraeva come sessualmente insaziabile

 

La poetessa Giovenale descrisse il suo comportamento orgiastico nelle sue Satire, raccontando come la giovane imperatrice lasciasse lo splendore del palazzo sotto copertura notturna, avventurandosi in segreto per gratificare la sua lussuria in un sordido bordello romano (Juvénal, Satires VI, 116-130). 

 

Per tutta la notte, Messalina ha preso amante dopo amante, fermandosi solo quando il bordello chiudeva i battenti. Tornò al palazzo con il suo “sesso insaziabile ancora in fiamme” (adhuc ardens rigidae tentigine vulvae), esausta ma “non soddisfatta” (sed non satiata, la famosa espressione che ha ispirato la poesia di Baudelaire con lo stesso nome).

 

‘La morte di Valeria Messalina’ di Victor Biennoury (1823-1893). (Dominio pubblico)

 

La sua lussuria non l’ha mai soddisfatta, ma Messalina non ha mai coinvolto il suo entourage nei suoi eccessi. Secondo Plinio il Vecchio, ha sfidato una prostituta a una competizione di sesso di 24 ore, che ha vinto con un punteggio di 25 partner (Storia Naturale 10, 83, 172). 

 

Oltre alla sua infinita serie di amanti, Messalina era nota per iniziare sempre i suoi incontri sessuali, rivoluzionando i codici della società phallocratica romana.

 

È stata descritta come un predatore sessuale instancabile e una donna dominante che si è compromessa come un uomo – oltraggiosa agli occhi romani.  

 

A Claudio fu detto del comportamento scioccante di sua moglie e ordinò la sua esecuzione – l’unico modo per placare la sua sete sessuale.

 

Allora, cos’è l’oscenità? 

 

L’oscenità è una costruzione sociale che varia a seconda del tempo e del luogo. Nella mitologia indù, lo yoni è il simbolo della dea della fertilità Shakti, che era venerata nel lontano 4000 a.C. E’ stato visto come uguale alla sua controparte maschile, il lingam, e insieme sono stati la fonte di tutta l’esistenza. Una mitologia simile è presente in Giappone con i concetti di yin e yang, che rappresentano le energie femminili e maschili. Allo stesso tempo, il paese considera ancora le immagini delle vulvas come oscene da un punto di vista giuridico, come dimostra la convinzione 2014 dell’artista Megumigara Igarashi 

 

Ma grazie all’influenza delle artiste – e persino delle inserzioniste – la vulva è tornata nel XXI secolo. 

 

Immagine superiore: Un esempio di un concerto di Sheela na, un’intaglio di una donna nuda con una vulva esagerata. Fonte: Licenza Pixabay 

 

L’articolo ‘Quando la vulva è diventata oscena? di Christian-Georges Schwentzel è stato originariamente pubblicato su The Conversation, ed è stato ripubblicato sotto una licenza Creative Commons.

 

Fonte: https://www.ancient-origins.net/

 

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Uomo di vimini – Toro di bronzo

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Pene capitali orribili e prolungate nei tempi antichi

di Micki Pistorius 

Tutti hanno familiarità con il rogo delle streghe e dei criminali – che spesso sono morti per asfissia o arresto cardiaco prima che la loro carne fosse consumata dalle fiamme – ma fin dall’antichità l’ingenua ingenuità dei torturatori ha ispirato misure sorprendentemente orribili per punire i trasgressori e prolungare le loro morti angoscianti e lancinanti, spesso per gratificare i piaceri sadici dei loro carnefici.

 

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Raffigurazione di un uomo di vimini, rifornito di vittime da bruciare. (Archivista / Adobe Stock)  

 

Arrostiti vivi e piombo fatto ingerire 

 

Secondo la leggenda, i druidi celtici tenevano prigionieri i legionari romani in cestini di vimini, e poi li incendiavano, come sacrifici per i loro dei. Sebbene Cicerone, Tacito e Plinio il Vecchio, abbiano commentato il sacrificio umano tra i Celti, è solo Giulio Cesare nel suo Commentario delle Guerre Galliche, che attribuisce questa particolare pratica ai druidi. Esiste la possibilità che i cestini di vimini possano essere stati spinti dai romani per alimentare la paura e il disprezzo della popolazione romana nei confronti dei viziosi nemici celtici e per giustificare le invasioni delle terre celtiche. Tuttavia, potrebbe esserci della verità in quanto un commento molto più tardi si trova nel Commenta Bernensia del X secolo ((o Berna scholia conservato nella Burgerbibliothek di Berna, Svizzera) in riferimento al poema epico di Lucano De Bello Civili Pharsalia, che descrive la combustione delle genti fatta dai Celti in un’effigie di legno come sacrificio a Taranis, dio del tuono.

 

La costruzione di Perillos dove è stato chiuso con l’inganno in un toro di bronzo che fece costruire per Falaride da Pierre Woeiriot (circa 1562) (dominio pubblico)

 

Diodoro Siculo, nella sua Bibliotheca Historica, racconta del toro siciliano, un toro di bronzo inventato da Perilli di Atene per Falaride, il tiranno di Akragas, in Sicilia. I prigionieri furono maneggiati attraverso un chiavistello aperto sul lato del toro di metallo e poi fu fatto un fuoco sotto di esso, per arrostire lentamente in vita le vittime intrappolate all’interno. Perillos disse a Falaride di aver progettato un dispositivo acustico impiantato all’interno del toro che avrebbe convertito i lamenti pietosi delle vittime nel “melodioso muggito” di un toro, per uscire, insieme all’incenso, attraverso il naso aperto del toro di bronzo. Falaride ingannò Perillos in una dimostrazione, lo chiuse a chiave all’interno del toro e accese il fuoco.

 

Immagine in alto: i santi Savino e Cipriano vengono torturati (circa 1100) Chiesa abbaziale di Saint-Savin-sur-Gartempe (dominio pubblico)

 

Per saperne di più

 

Fonte:  https://www.ancient-origins.net/

 

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L’insaziabile fame del Wendigo

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Wendigo: Creatura delle Foreste che divora gli esseri umani

 

Il Wendigo, noto anche come Windigo e Windego, essendo il plurale della parola Wendigoag, è una creatura che si può trovare nelle leggende dei nativi americani, specialmente tra i popoli algonquiani. Questi villaggi sono tra i più diffusi e numerosi gruppi di nativi americani in Nord America, e hanno vissuto in passato lungo l’intera costa atlantica e la regione dei Grandi Laghi. Tuttavia, leggende di altre tribù di nativi americani trovano anche creature simili al Wendigo, come nelle leggende degli Irochesi, vicini degli Algonquiani. Tra questi popoli, una creatura conosciuta come Stonecoat,(‘Pelle di Pietra’) ha alcune somiglianze con il Wendigo.  

 

L’insaziabile fame del Wendigo

 

Tradotto in generale, la parola “Wendigo” significa “spirito malvagio che divora gli esseri umani”. Un’altra traduzione, apparentemente effettuata da un esploratore tedesco intorno all’anno 1860, equipara la parola “Wendigo” a “cannibale”. Si dice dei Wendigoag che sentono una fame insaziabile di carne umana: non importa quanto mangino, rimangono affamati. 

 

Questa fame si riflette nel suo aspetto, che, secondo alcuni, è di estrema magrezza. Nonostante il loro fisico emaciato, gli stessi Wendigoag sono stati descritti come giganti alti circa 4,5 metri. Anche se ci sono lievi variazioni tra la descrizione fisica di questa creatura da alcuni popoli algonquiani ad un altro, generalmente concordano sul fatto che i Wendigoag hanno occhi luminosi, zanne giallastre grandi e affilate e lunghe lingue. Della maggior parte di Wendigoag si dice che abbiano pelle giallastra e ketrine, anche se altri affermano di essere coperti con i capelli aggrovigliati o hanno la pelle marcia.

 

 

Illustrazione di un Wendigo (creepypasta.wikia.com

 

La leggenda narra che il Wendigoag si fosse dichiarato in passato. Secondo la versione più popolare del mito, un Wendigo si forma nel momento in cui un essere umano ricorre al cannibalismo, anche quando lo fa per sopravvivere. Quando una persona consuma la carne di un altro essere umano, si crede di essere posseduta da spiriti maligni e si trasforma in un Wendigo.

 

Patti con il Diavolo e dove trovare un Wendigo

 

In un’altra versione della storia, il primo Wendigo viene detto di essere un guerriero che ha fatto un patto con il diavolo. Per salvare la sua tribù, si arrese la sua anima, trasformandosi così in un Wendigo. Quando arrivò la pace, la tribù non aveva più bisogno di una creatura terrificante come il Wendigo, così il guerriero fu espulso dalla sua tribù e condannato a vivere lontano dal mondo. 

 

Alcuni credono che gli esseri umani continuino a risiedere all’interno del Wendigo, più specificamente dove dovrebbe essere il loro cuore. Questo essere umano è intrappolato, e l’unico modo per uccidere un Wendigo è uccidere anche l’umano dentro di lui. Alcune leggende affermano che una persona intrappolata all’interno della creatura può essere salvata con successo; tuttavia, nella maggior parte dei casi, la morte è l’unico modo per liberare un essere umano dal Wendigo che lo possedeva.

 

 

 Wendigo rapendo una donna(estonoestodoamigos.blogspot.com

 

Si ritiene che i Wendigoag vagano per le foreste in cui vivevano gli Algonquiani, e si dice anche che quegli esseri umani che abitavano l’interno della foresta e scomparvero nel corso degli anni furono divorati da queste creature. Molte testimonianze di avvistamenti di Wendigo sono state riportate storicamente, non solo dai nativi americani, ma anche dai coloni bianchi. 

 

Per esempio, tra la fine del XIX e il 1920, si dice che il Wendigo sia apparso vicino a una città chiamata Roseau nel nord del Minnesota. Si diceva allora che ogni volta che c’era un avvistamento di questa creatura, qualcuno moriva inaspettatamente. Gli avvistamenti, tuttavia, alla fine cessarono, e tutto tornò alla normalità.

 

 

Madreperma-americano che combatte con un Wendigo. (Frank Victoria/cupick.com) 

 

Tra i Cree c’è una danza tradizionale chiamata ‘Wihtikokansimoowin’, o ‘danza di Wendigo’. In esso, il temibile Wendigo è satiricamente rappresentato dai ballerini. Oltre a satirizzare il Wendigo, alcuni nativi americani diventano addirittura “cacciatori di Wendigo”. 

 

All’inizio del XX secolo, un anziano Cree di 87 anni conosciuto come Jack Fiddler fu processato per l’omicidio di una donna Cree. Anche se si dichiarò colpevole del crimine, si difese dicendo che la donna stava per trasformarsi in una Wendigo, poiché era stata posseduta da uno spirito malvagio. Per questo motivo, fu costretto ad ucciderla prima che lei uccidesse altri membri della tribù. Oltre a questa donna, Fiddler affermò di aver ucciso almeno altri 13 Wendigoag per tutta la vita. 

 

Di seguito è riportato un video che mostra il presunto avvistamento di un Wendigo (chiamato nel video ‘Rake’). Avviso: questo video può danneggiare la sensibilità dello spettatore:

 

VIDEO 

 

mmagine di copertina: rappresentazione artistica di un Wendigo. Fonte: creepypasta.wikia.com

Autore: Ḏḥwty

Traduzione: Rafa Garcia

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su www.ancient-origins.net ed è stato tradotto con il permesso.  

 

Fonti: 

Dove, L. L., 2016. Come funziona Wendigoes. [Online]
Disponibile in: http://science.howstuffworks.com/science-vs-myth/strange-creatures/wendigoes.htm 

 

Pararicercatori dell’Ontario, 2016. Il Wendigo. [Online]
Disponibile in: http://www.pararesearchers.org/index.php?/20080731306/Folklore-Mythology/The-Wendigo.html 

 

Royal Mint Publishing, 2015. La leggenda di Wendigo. [Online]
Disponibile in: http://www.gods-and-monsters.com/wendigo-legend.html 

 

Sasketchewan Indian, 1976. La Danza Maschera. [Online]
Disponibile in: http://www.sicc.sk.ca/archive/saskindian/a76feb45.htm 

 

Taylor, T., 2002. Il Wendigo. [Online]
Disponibile in: http://www.prairieghosts.com/wendigo.html  

 

www.native-languages.org2015. Figure leggendarie native americane: Windigo (Wendigo, Windego). [Online]
Disponibile in: http://www.native-languages.org/windigo.htm  

 

www.u-s-history.com2016. Gli Algonquiani. [Online]
Disponibile in: http://www.u-s-history.com/pages/h560.html 

 

Pubblicato sul blog: https://www.ancient-origins.es/

 

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I Sumeri, il popolo attraverso il quale tale alta forma di civiltà ha potuto realizzarsi

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DIVINITÀ DEL CIELO E DELLA TERRA

 

Come avvenne che dopo centinaia di migliaia e persino milioni di anni di lento e faticoso sviluppo umano, le cose cambiarono d’un tratto così completamente da trasformare dei nomadi primitivi, dediti alla caccia e alla raccolta di semi e frutti, in agricoltori stanziali e fabbricanti di terraglie, e poi in costruttori di case, ingegneri, matematici, astronomi, fabbricanti di metalli, musicisti, giudici, medici, scrittori, bibliotecari, sacerdoti? E potremmo andare ancora più avanti e domandarci, come ha fatto il professor Robert J. Braidwood (Prehistoric Men, «Gli uomini preistorici»): «Perché tutto questo è accaduto? Perché gli esseri umani non vivono ancora come nell’età della pietra?».

I Sumeri, il popolo attraverso il quale tale alta forma di civiltà ha potuto realizzarsi, avevano una risposta a questa domanda. Essa si trova incisa su una delle innumerevoli iscrizioni dell’antica Mesopotamia portate alla luce dagli scavi archeologici: «Tutto ciò che appare bello lo abbiamo fatto per grazia degli dèi». Gli dèi di Sumer, dunque. Ma chi erano? Erano forse simili agli dèi greci, che vivevano nella grande e maestosa casa di Zeus nei cieli: l’Olimpo, che corrispondeva, sulla Terra, al monte più alto della Grecia, il Monte Olimpo, appunto? I Greci descrivevano i loro dèi come essere antropomorfi, simili ai mortali nel fisico come nel carattere: sapevano essere arrabbiati e gelosi; si innamoravano, litigavano, combattevano;e, come gli esseri umani, procreavano, generavano figli attraverso rapporti sessuali tra loro o con i mortali.

Erano irraggiungibili, eppure costantemente presenti nelle faccende dell’uomo. Potevano coprire distanze enormi viaggiando a grande velocità, apparire e scomparire a loro piacimento; disponevano di armi dotate di un immenso e strano potere. Ognuno di loro aveva una funzione specifica e, di conseguenza, ogni specifica attività umana poteva essere influenzata, nel bene o nel male, dall’atteggiamento del dio preposto a quella particolare attività; i rituali di culto e le offerte agli dèi miravano quindi a ottenerne il favore.

La principale divinità dei Greci era Zeus, “Padre degli dèi edegli uomini”, “Signore del fuoco celeste”. Il suo simbolo e arma principale era il fulmine. Egli era il re dei cieli, ma “regnava” anche sulla Terra, prendeva decisioni e dispensava bene e male tra i mortali, eppure il suo dominio originario era nei cieli. Quello di Zeus non era il primo caso di commistione tra cielo e Terra. Nella mitologia greca – che altro non è che una mescolanza tra teologia e cosmologia – al principio di tutto vi era il Caos; poi apparvero Gea (la Terra) e il suo consorte Urano (il cielo), i quali generarono i dodici Titani, sei maschi esei femmine.

Questi compirono le loro imprese sulla Terra, sebbene si attribuisse loro anche una corrispondenza astrale. Crono, il maschio più giovane dei Titani, divenne la figura principale dell’Olimpo mitologico. Ottenne con la forza una posizione di supremazia sugli altri Titani, dopo aver evirato suo padre Urano; quindi, timoroso della reazione dei suoi fratelli, li imprigionò e poi li scacciò. Per questo fu maledetto da sua madre, che gli predisse che anch’egli avrebbe subito lo stesso destino di suo padre e sarebbe stato detronizzato dai suoi stessi figli. Crono si unì con sua sorella Rea e generò tre figli maschi e tre femmine: Ade, Poseidone e Zeus; Estia, Demetra ed Era. Ancora una volta, era destino che fosse il figlio più giovane a rovesciare suo padre e la maledizione di Gea si avverò quando Zeus detronizzò Crono, suo padre.

Il colpo di mano non fu, però, né facile né rapido: perparecchi anni, infatti, si susseguirono battaglie tra gli dèi e altri esseri soprannaturali, che culminarono con la lotta tra Zeus e Tifone, una divinità dalle sembianze di serpente. Fu una battaglia senza esclusione di colpi, che si svolse tanto sulla Terra quanto in cielo e che si concluse presso il Monte Casio,vicino al confine tra Egitto e Arabia – a quanto pare in qualche punto della penisola del Sinai. (vedi foto sotto)

 

zeus vs ade

 

Zeus, che aveva vinto la battaglia, fu riconosciuto come la divinità suprema, ma doveva dividere il potere con i suoi fratelli. Che sia stato dunque per scelta o, come dicono alcuni, affidandosi a un lancio di dadi, i tre giunsero a un accordo: Zeus avrebbe avuto il controllo dei cieli, il fratello maggiore Ade quello degli Inferi, mentre Poseidone avrebbe avuto il dominio dei mari. Anche se col tempo Ade e il suo territorio divennero sinonimo di Inferno, originariamente il suo dominio era collocato in una imprecisata zona “molto in basso”, che comprendeva terre deserte e paludose e zone bagnate da fiumi impetuosi.

Ade era considerato “l’invisibile”, colui che incute timore, rigoroso e austero. Poseidone, invece, era spesso rappresentato con in mano il suo simbolo, il tridente. Oltre a dominare i mari, egli era anche signore dell’arte, della sculturae della lavorazione dei metalli, e anche un mago particolarmente astuto. Se Zeus veniva visto, nella tradizione greca, come un dio severo con il genere umano, tanto da volerne, ad un certo punto, addirittura l’annientamento, Poseidone era invece considerato amico della stirpe umana, e anzi faceva di tutto per ottenere le lodi dei mortali.

I tre fratelli e le loro tre sorelle, tutti figli di Crono e Rea, costituivano la parte più antica della cerchia dell’Olimpo, il gruppo dei dodici Grandi Dèi. Gli altri sei erano tutti figli di Zeus e la mitologia greca tratta con molta precisione della loro genealogia e dei reciproci rapporti. Tutti gli dèi e le dee che si considerano figli di Zeus avevano madri diverse. Unitosi inizialmente con una dea di nome Meti, Zeus ebbe da lei una figlia, Atena, che divenne la dea della sapienza.

Ma poiché era stata anche l’unica a rimanere al fianco di Zeus durante il suo combattimento con Tifone, mentre tutti gli altri dèi erano scappati, Atena si vide attribuire anche doti marziali e divenne anche la dea della guerra. Essa era la “vergine perfetta” e non sposò nessuno; ma talvolta nei racconti mitologici viene associata a suo zio Poseidone, il quale, pur avendo come moglie ufficiale la dea che era anche la Signora del Labirinto sull’isola di Creta, non disdegnava sua nipote Atena come amante.

Zeus si unì poi ad altre dee, ma i figli che ebbe da loro non entrarono a far parte della cerchia dell’Olimpo. Quando ritenne che fosse giunto il momento di assicurarsi un erede maschio, Zeus si rivolse a una delle sue sorelle. La maggiore, Estia, era una specie di eremita – forse troppo vecchia o troppo malata per essere oggetto di attenzioni matrimoniali – e così Zeus non ebbe bisogno di molte scuse per scegliere Demetra, la sorella mediana, la dea della fertilità.

Ma, invece di un figlio maschio, essa gli generò una femmina, Persefone, che divenne moglie di suo zio Ade e con lui divise il dominio sul mondo degli Inferi. Deluso per non essere riuscito ad avere figli maschi, Zeus cercò amore e conforto in altre dee. Armonia gli diede nove figlie. Poi fu la volta di Leto, che gli diede una figlia femmina e un maschio, Artemide e Apollo, i quali vennero finalmente ammessi nel gruppo delle divinità maggiori.

Apollo, come primo figlio maschio di Zeus, fu una delle figure più importanti del pantheon ellenico, temuto dagli uomini come dagli dèi. Egli era colui che interpretava per imortali il volere di suo padre Zeus e perciò era la massima autorità in fatto di culto e di legge religiosa. In quanto rappresentante delle leggi morali e divine, era l’emblema della purificazione e della perfezione, tanto spirituale quanto fisica. Il secondo figlio di Zeus era Ermes, figlio della dea Maia. Protettore dei pastori, guardiano delle greggi e delle mandrie, egli meno importante di suo fratello Apollo, ma più vicino alle faccende umane; qualunque voltafaccia della fortuna veniva attribuito a lui.

Come dispensatore di fortuna, era il dio preposto al commercio, protettore di mercanti e viaggiatori. Ma il suo ruolo principale, nella mitologia come nell’epica, era quello di messaggero degli dèi. Spinto dalle tradizioni dinastiche, Zeus era ancora alla ricerca di un figlio maschio da concepire con una delle sue sorelle: si rivolse dunque alla più giovane, Era. Dopo averla sposata con un rito sacro e ufficiale, la proclamò regina degli dèi, la Madre Dea. Dal loro matrimonio nacque un figlio maschio, Ares, e due femmine, ma il rapporto era interrotto dalle continue infedeltà di Zeus e da una presunta infedeltà anche da parte di Era, che getta qualche dubbio sulla reale paternità di un altro figlio, Efesto.

Ares venne anch’egli ammesso tra i Grandi dell’Olimpo e divenne anzi il braccio destro di Zeus, il dio della guerra. Era rappresentato come l’emblema stesso della combattività, eppure era tutt’altro che invincibile: mentre combatteva dalla parte dei Troiani nella guerra di Troia, si procurò una ferita che solo Zeus potè guarire. Efesto, da parte sua, dovette lottare non poco per essere ammesso nell’Olimpo.

Egli era il dio della creatività, capace dicostruire oggetti magici per gli uomini e per gli dèi; a lui si doveva il fuoco delle fornaci e l’arte di lavorare i metalli. Secondo la leggenda, egli era nato zoppo e per questo fu scacciato dalla madre Era; un’altra versione, però, senza dubbio più credibile, attribuisce a Zeus la cacciata di Efesto, forse a causa della sua paternità incerta. Efesto, comunque, usò i suoi magici poteri creativi per costringere Zeus ad ammetterlo tra i Grandi Dèi.

La leggenda dice anche che un giorno Efesto costruì una rete invisibile che avrebbe circondato il letto di sua moglie se questo fosse stato scaldato da un amante; e in effetti una tale precauzione poteva non rivelarsi inutile, visto che sua moglie era Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. Su di lei, naturalmente, si raccontavano numerose storie d’amore, molte delle quali riguardavano Ares, fratello di Efesto (uno dei frutti di questo amore illecito fu Eros, il dio dell’amore.) Afrodite fu ammessa tra i dodici Grandi Dèi dell’Olimpo e le circostanze di questa ammissione gettano luce su ciò di cui ci stiamo occupando. Afrodite non era né sorella né figlia di Zeus, eppure non poteva essere ignorata.

Essa proveniva dalle coste asiatiche del Mediterraneo di fronte alla Grecia (secondo il poeta greco Esiodo era arrivata attraverso Cipro) e si dice che fosse nata per opera di Urano stesso. Apparteneva dunque a una generazione precedente a quella di Zeus, essendo, per così dire, sorella di suo padre e incarnazione del progenitore degli dèi, colui che era stato evirato.

 

afrodite

 

Vedi figura sopra Afrodite, dunque, doveva essere inclusa tra gli dèi dell’Olimpo, senza tuttavia che fosse superato il numero complessivo di dodici. Come fare? Semplice: qualcuno doveva andarsene per far posto a lei, e questo qualcuno fu Ade. Poiché a lui era stato dato il dominio sugli Inferi, egli non poteva rimanere nell’Olimpo con gli altri dèi: ecco, dunque, che venivaa crearsi un posto libero, perfetto per essere occupato da Afrodite. Sembra proprio che il dodici fosse un requisito assolutamente imprescindibile per gli dèi dell’Olimpo: essi non dovevano essere di più, ma neanche meno di dodici, come dimostrano le circostanze che portarono all’ammissione di Dioniso nel circolo dell’Olimpo. Dioniso era frutto di una relazione adulterina di Zeus con la propria figlia Semele; dovendo nascondersi dal furore di Era, legittima moglie di Zeus, egli venne mandato in terre lontane – fino in India – e dovunque andò introdusse la pratica di coltivare la vite e diprodurre il vino.

Nel frattempo, nell’Olimpo si era creato un posto libero, poiché Estia, la sorella maggiore di Zeus, troppo vecchia e debole, era stata allontanata dal circolo dei dodici. Dioniso potè quindi tornare in Grecia e occupare il posto di Estia: gli dèi olimpici erano ancora una volta dodici. Sebbene la mitologia greca non sia troppo chiara riguardo all’origine del genere umano, leggende e tradizioni attribuiscono a eroi e re un’origine divina.

Questi semidèi rappresentavano il legame tra il destino umano – con le sue fatiche quotidiane, la dipendenza dagli elementi, le malattie, la morte – e un passato lontano e felice, quando sulla Terra si aggiravano soltanto gli dèi. E anche se, tra gli dèi, molti erano nati sulla Terra, il ristretto circolo dei dodici rappresentava, per così dire, l’aspetto “celestiale” del pantheon divino. Nell’Odissea si afferma che l’Olimpo si trovava nella “pura aria superiore”; i dodici dèi maggiori erano dèi del cielo che erano discesi sulla Terra e rappresentavano i dodici corpi celesti della” volta del cielo”.

I nomi latini che i Romani attribuirono agli dèi greci confermano questa sorta di associazione astrale: Gea divenne la Terra; Ermes, Mercurio; Afrodite, Venere; Ares, Marte; Crono, Saturno; e Zeus divenne Giove. Come per i Greci, anche per i Romani Giove era una divinità “tonante” armata di fulmine eassociata al toro (vedi figura sotto).

 

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Quasi tutti gli studiosi concordano ormai nell’affermare chele basi della civiltà greca siano da ricercare sull’isola di Creta, dove, tra il 2700 e il 1400 a.C. circa, fiorì la civiltà minoica.Nel complesso di miti e leggende che caratterizzano la civiltà minoica, un ruolo preminente è svolto dal “minotauro”, mezzouomo e mezzo toro, frutto dell’unione tra Pasifae, moglie di Minosse, e un toro.

Numerosi reperti archeologici confermano questo esteso culto minoico del toro, che in alcune raffigurazioni si presenta come un’entità divina accompagnata da una croce, simbolo, probabilmente, di qualche stella o pianeta non ancora identificato. Si pensa, quindi, che il toro che i Minoici adoravano non fosse il comune animale terreno, ma il Toro celeste – la costellazione del Toro, appunto – in onore diqualche evento che era avvenuto quando il Sole, all’equinozio di primavera, era apparso in quella costellazione, intorno al 4000 a.C. (vedi figura sotto).

 

Immagine

Secondo la tradizione greca, Zeus arrivò in Grecia via Creta,da dove era fuggito, attraverso il Mediterraneo, dopo averrapito Europa, la bellissima figlia del re di Tiro, la città fenicia. In effetti, quando Cyrus H. Gordon riuscì a decifrare il più antico scritto in lingua minoica, fu dimostrato che si trattava di «un dialetto semitico originario delle coste del Mediterraneo orientale».

I Greci, infatti, non avevano mai detto che i loro dèi olimpici fossero arrivati in Grecia direttamente dal cielo. Zeus, come abbiamo visto, era arrivato attraverso il Mediterraneo, via Creta. Poseidone (Nettuno per i Romani) arrivò a cavallo dall’Asia Minore. Atena portò “l’olivo, fertile e spontaneo” in Grecia dalle terre bibliche. Non vi è dubbio che le tradizioni e i culti religiosi elleni ci siano arrivati in Grecia dal Vicino Oriente, attraverso l’Asia Minore e le isole del Mediterraneo.

È qui, dunque, che vanno ricercate le radici del pantheon dei Greci, le origini dei loro dèi e le relazioni astrali con il numero dodici. L’induismo, l’antica religione dell’India, considera i Veda – composizioni formate da inni, formule sacrificali e altri detti riguardanti gli dèi – come scritture sacre, “non di origine umana”: gli dèi stessi le avrebbero composte in un’età precedente a quella attuale.

Con il passare del tempo, però, degli originari 100.000 e più versi tramandati oralmente di generazione in generazione, gran parte andò perduta, finché un saggio decise di scrivere i versi che ancora rimanevano, li suddivise in quattro libri e li affidò a quattro dei suoi discepoli, perché ne conservassero uno ciascuno.

Quando, nel XIX secolo, gli studiosi cominciarono adecifrare le lingue antiche e a individuarne le reciproche interconnessioni, si accorsero che i Veda erano scritti inun’antichissima lingua indoeuropea, antenata del sanscrito – dalla cui radice sarebbe poi nato l’indiano – del greco, del latino e delle altre lingue europee.

Quando poi furono finalmente ingrado di leggere e analizzare i Veda, rimasero molto sorpresi di vedere le indubbie analogie tra i racconti vedici sugli dèi e quelli dei Greci. Gli dèi, secondo i Veda, erano tutti membri di un unico, non necessariamente tranquillo, gruppo familiare.

In mezzo airacconti di salite al cielo e discese sulla Terra, battaglie celestia suon di armi portentose, amicizie e rivalità, matrimoni e infedeltà, sembra esservi stata anche una certa preoccupazione di indicare i principali rapporti genealogici: chi era il padre e chi il figlio, qual era il primogenito e di chi, ecc. Gli dèi sulla Terra erano originari del cielo, e i principali tra essi, anche sulla Terra, continuavano a rappresentare la corrispondenza con corpi celesti.

Continua …

Di ZECHARIA SITCHIN IL PIANETA DEGLI DEI
(The 12th Planet,1976) – Capitolo terzo

 

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La prospettiva femminile sull’amore nell’antica Mesopotamia

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Il “Piacere di Burney”, che si crede rappresenti o Ishtar, la dea mesopotamica dell’amore e della guerra, o sua sorella maggiore Ereshkigal, regina degli Inferi (aprox. Sec. 19 o 18 AC) BabelStone

 

Nell’antica Mesopotamia il sesso tra gli dèi scosse il Cielo e la terra

 

di Louise Pryke 

22 Aprile 2018 

dal Sito Web TheConversation 

traduzione di Nicoletta Marino 

Versione originale in inglese  

La sessualità era fondamentale nella vita dell’antica Mesopotamia, un’area delll’antico Vicino Oriente che si descrive come la culla della civiltà occidentale e che oggi caorrisponde aprrimativamente a:

  • Irak
  • Kuwait
  • Parti della Siria
  • Iran
  • Turchia

Non era solo così per gli uomini normali ma anche per i re e le divinità.

Le divinità mesopotamiche hanno molte esperienze come gli esseri umani: si sposano con loro, procreano e condividono le case e i doveri famigliari.

Eppure quando l’unione d’amore non continuava, le conseguenze erano terribili sia in cielo che n terra.

Gli studiosi hanno osservato le similitudini tra il “sistema di matrimonio” divino che si trova nelle antiche opere letterarie e il corteggiamento storico degli esseri mortali anche se è difficile distinguere i due più famosi nei cosiddetti “matrimoni sacri” che videro i re mesopotamici sposarsi con divinità

 

IL Sesso divino

Gli dei, essendo immortali e in genere appartenenti a uno status superiore a quello umano, non avevano relazioni sessuali in senso stretto, eppure gli aspetti pratici del tema sembrano aver frenato poco il loro entusiasmo.

Le relazioni sessuali tra le divinità mesopotamiche furono di ispirazione per una ricca varietà di narrativa.

 

Esse comprendono miti sumeri come Enlil e Ninlil e Enki e Ninhursag, dove essi vedeva che le complicate interazioni sessuali tra divinità sono intrise di astuzia, inganni e travestimenti.

 

La dea Ishtar come raffigurata nei Miti e nelle leggende di Babilonia e Assiria, 1916, di Lewis Spence. Wikimedia

In tutti i miti, una divinità maschile adotta un travestimento e poi cerca un approccio sessuale verso la divinità femminile o di evitare la ricerca del suo amante.

Nel primo caso, la dea Ninlil segue il suo amante Enlil fino negli Inferi e cerca dei favori sessuali per ottenere informazioni sul luogo di Enlil.

Usare una falsa identità in questi miti si usa per lasciare intendere le aspettative sociali per il sesso e la fedeltà.

 

Il tradimento sessuale potrebbe significare la fatalità non solo per gli amanti errantima per tutta la società. Quando la Regina degli Inferi, Ereshkigal, è abbandonata dal suo amante Nergal, lei minaccia di far resuscitare i morti a meno che non gli sia restituito, allusione al suo diritto alla sazietà sessuale.

La divinità Ishtar fa la stessa minaccia visto il rifiuto romantico del re di Uruk nell’Epopea di Gilgamesh.

 

E’ interessante osservare che sia Ishtar sia Ereshkigal, che sono sorelle, utilizzano una delle minacce più potenti a loro disposizione per affrontare i temi del cuore.

 

Le trame di questi miti mettono in risalto il potenziale che ha l’inganno per creare l’alienazione tra gli amanti durante il corteggiamento.

 

L’andamento poco soave del corso dell’amore in questi miti e il loro complicato uso di immagini letterarie, ha fatto sì che si realizzino paragoni accademici con le opere di Shakespeare.

 

Amore per la poesia

 

Gli antichi autori della poesia d’amore sumeri, che rappresentano le gesta delle coppie divine, mostrano una grande quantità di conoscenze pratiche sulle fasi dell’eccitamento sessuale femminile.

 

Alcuni eruditi pensano che questo tipo di poesia può aver avuto storicamente un proposito educativo:

 

insegnare il coito a giovani amanti senza esperienza dell’antica Mesopotamia.

 

Si è anche pensato che i testi avevano intenti religiosi o possibilmente di potenza magica.

Vari testi scrivono sul corteggiamento di una coppia divina Inanna (l’equivalente semita di Ishtar) e del suo amante, la divinità pastore Dumuzi.

La vicinanza degli amanti si vede attraverso una sofisticata combinazione di immagini di poesia e sensualità…

 

La riproduzione di un antico sigillo a cilindro sumero mostra Dumuzid mentre è torturato negli Inferi dai demoni  Museo Britannico

In uno dei poemi, gli elementi dell’eccitazione dell’amante femmina sono catalogati, dall’aumento della lubrificazione della sua vulva fino al “tremito” del suo climax.

Il compagno maschio si vede mentre si diletta della forma fisica della sua compagna e le parla amabilmente. La prospettiva femminile sull’amore si enfatizza nei testi con la descrizione delle fantasie erotiche della dea.

Queste fantasie sono parte dei preparativi della dea per la sua unione e forse contribuiranno alla sua soddisfazione sessuale.

 

I genitali femminili e maschili si potrebbero celebrare in poesia, la presenza del vello pubico scuro nella vulva dela dea è descritto poeticamente con un simbolismo dato da uno stormo di uccelli su un campo ben irrigato” o una porta stretta circondata da lapislazzuli dal nero lucente.

 

La rappresentazione dei genitali può anche aver avuto una funzione religiosa:

 

Gli inventari dei templi hanno rivelato modelli votivi di triangoli pubici, alcuni in argilla altri in bronzo.

 

Sono state trovate delle offerte votive con la forma di una vulva nella città di Assur di prima del 1000 a.C. 

 

Una Dea felice, un regno felice

 

Il sesso divino non era il dominio esclusivo degli dei ma poteva comprendere il re umano.

Pochi temi della Mesopotamia hanno catturato tanto l’immaginazione come il concetto del matrimonio sacro. In questa tradizione, lo storico re mesopotamico si sarebbe sposato con la dea dell’amore Ishtar.

 

Esiste una prova letteraria di tali matrimoni nella Mesopotamia molto antica, prima del 2300 a.C. e il concetto continuò in periodi molto più tardivi.

La relazione tra i re storici e le divinità mesopotamiche fu considerata cruciale per la continuazione positiva dell’ordine terrestre e cosmico.

 

Per il monarca mesopotamico, quindi, per realizzare la relazione sessuale con la dea dell’amore probabilmente ci volle una certa quantità di vigore.

 

 

 Nell’antica Mesopotamia, la vulva di una dea poteva paragonarsi con uno stormo di uccelli. Shutterstock.com

Alcuni eruditi hanno detto che questi matrimoni implicano una espressione fisica tra il re e un’altra persona (come una sacerdotessa) che incarna la dea.

L’opinione generale adesso è che se ci fosse stata una forma fisica per un rituale sacro per il matrimonio, sarebbe stato a livello simbolico invece che carnale, con il re che condivideva forse il suo letto con una statua della dea.

Le immagini agricole si usavano per descrivere l’unione della dea con il re. Il miele, per esempio è descritto come dolce come la bocca e la vulva della dea.

Una canzone d’amore della città di Ur del 2100-2000 a.C è dedicata a Shu-Sin, al re e Ishtar:

 

Nell’alcova inzuppata di miele, lasciaci godere più volte del tuo incanto, o dolce. Signore permettimi di farti le cose più dolci. Mio prezioso dolce lascia che ti porti del miele.

 

Il sesso in questa poesia d’amore è descritta come un’attività piacevole che migliora i sentimenti amorosi intimi.

Si considerava che questa sensazione di maggior vicinanza avrebbe portato allegria al cuore della dea, il che portava buona fortuna e abbondanza a tutta la comunità, forse dimostrando una versione mesopotamica antica del proverbio “sposa felice, vita felice“.

 

La presentazione diversa del sesso divino crea qualcosa di misterioso sulle cause dell’enfasi culturale della copulazione cosmica.

 

Sebbene la presentazione del sesso e del matrimonio divino nell’antica Mesopotamia probabilmente servì a molti propositi, alcuni elementi delle relazioni intime tra gli dei mostrano una certa vicinanza alle unioni umane.

Sebbene la disonestà tra gli amanti potrebbe portare all’alienazione, le interazioni sessuali positive portarono numerosi benefici inclusa una maggiore intimità e una felicità duratura.

 

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